Programma

Dopo 3 anni bellissimi abbiamo deciso di avvicinarci ancora di più alle nostre radici cambiando nome alla festa: ecco a voi il FESTIVAL DEGLI ORSANTI !!! Gli orsanti sono la nostra storia, sia per le famiglie di "girovaghi" che con la loro vita "ramenga" contraddistinsero alcuni dei nostri avi, sia per il vecchio museo di S.Rocco voluto e costruito da Maria Teresa Alpi.

Vi aspettiamo il 3 e 4 agosto nell'antico borgo di Compiano al Festival degli Orsanti!

Galleria

Edizione 2016 Foto degli artisti dell'edizione 2016
Edizione 2015 Foto degli artisti dell'edizione 2015
Edizione 2014 Foto degli artisti dell'edizione 2014
Edizione 2013 Foto degli artisti dell'edizione 2013

Mattatoio Sospeso - COMPIANO 2015

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ECOLOGIA - ETICA 2019

Il Festival degli Orsanti 2019 sara' un Festival all'insegna dell'ecologia.

Vorremmo che nell'etica del Festival ci fosse una coscienza ambientale dove tutti i partecipanti saranno invitati a collaborare per un risultato di riduzione dei rifiuti.

Vorremmo dimostrare che le nostre scelte personali possono fare una differenza e ogni individuo avrá un ruolo significativo da svolgere nell'aiutare a creare un ambiente pulito per il futuro di tutti.

Strategia per la riduzione dei rifiuti:

  • non si useranno articoli monouso o usa e getta, solo piatti/bicchieri/posate riutilizzabili o riciclabili.

Rispetto per le risorse

  • le decorazioni create per le vie del borgo verranno da oggetti di seconda mano o da materiale riciclato;
  • i partecipanti potranno prendere in prestito piatti di ceramica e posate presso il punto ristoro e ristituirli per il riutilizzo;
  • nel paese di Compiano saranno a disposizione 2 bagni pubblici; uno nel parcheggio Ilaria Alpi e altri 2 vicino al parco giochi all'ingresso del paese.

L' Associazione la "Banda degli Orsanti" invita tutti i partecipanti all'uso del buon senso e il rispetto dei beni comuni come via d'uscita per un mondo migliore.

Compiano e la storia degli Orsanti

Compiano è un borgo medioevale situato tra le montagne della provincia di Parma, in Emilia Romagna, uno dei più belli della regione, così minuscolo che attualmente in inverno è abitato da solo una trentina di persone.

Questo piccolo posto, conosciuto soprattutto per il suo castello, è anche il luogo di nascita di una tradizione di viaggiatori di varia natura. Forse i più particolari sono gli Orsanti, antica tradizione di artisti transumanti che portavano orsi, scimmie e cani per fare divertenti spettacoli in cui suonavano strumenti a fiato e percussioni accompagnando le danze e i prodigi dei bellissimi animali che viaggiavano con loro in tutto il mondo.

Per capire come nasce questo spettacolo dobbiamo andare alla sua origine: 3000 anni fa alcune comunità di cacciatori e raccoglitori di frutta vivevano su questi monti; successivamente (200 anni prima di Cristo) i gruppi nomadi cominciarono ad abitare le valli e l'agricoltura divenne la base della sopravvivenza per il loro popolo.

Attorno al 1500, però, scoppiò una crisi generata dalla crescita della popolazione e dalla mancanza di terreni coltivabili, aggravata da una grande frana del Monte Pepi che distrusse alcuni villaggi e i campi. Una parte della popolazione fu quindi costretta a viaggiare in cerca di sostentamento lontano dalle proprie terre.

Una delle attività di viaggiatore che si sviluppò tra gli abitanti di Compiano era quella degli Orsanti, che lavoravano con gli orsi che un tempo erano presenti sui monti attorno a Compiano.

Per procurarsi altri animali come scimmie, cammelli e pappagalli, gli Orsanti visitavano porti lontani come Costantinopoli, Odessa, Salonico, Trieste o addirittura la Svezia per trovare orsi bianchi. Così nel corso del 1800 centinaia di questi artisti hanno girato tutta Europa, Asia e Africa. Lavoravano nelle piazze dei villaggi e presentavano spettacoli composti principalmente di danze di orsi, scimmie e cani, "lotte" tra gli orsi e gli Orsanti e il famoso "Uomo Orchestra" (un musicista che suona diversi strumenti musicali allo stesso tempo).

Svilupparono varie tecniche per addomesticare gli animali, sicuramente non all'avanguardia come quelle moderne ma applicando intuitivamente ciò che il comportamentismo chiamerà in seguito "riflesso condizionato", ovvero la ripetizione di stimoli per generare una risposta particolare. Tra le tecniche di allenamento ne svilupparono una per mettere in scena la "lotta" tra l' orso e l'Orsante: mentre i due interpreti erano abbracciati in una lotta corpo a corpo, quando era il momento di definire il vincitore, l'Orsante faceva il solletico all'orso che cadeva a terra, dando la vittoria all'Orsante, soprendendo il pubblico ignaro dello stratagemma. Sicuramente c'era una stretta relazione tra quegli esseri di specie diverse che hanno viaggiato in tutto il mondo in un'epoca in cui poco o nulla si sapeva di altre realtà e in cui le distanze si superavano con tanta fatica.

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Molto probabilmente gli Orsanti si sono sentiti tante volte un'altra specie rispetto agli uomini, forse molto più vicina a quella di orsi, scimmie e cani che senza dubbio sono compagni meravigliosi, grati e nobili. Lungo i loro viaggi gli Orsanti hanno dato vita ad alcuni delle prime famiglie di circo italiane.

Le informazioni contenute in questo testo sono riportate per gentile concessione dell'architetto Ettore Rulli, che ha fatto un enorme lavoro di analisi dell'archivio storico del Comune di Compiano attraverso il monitoraggio dei certificati di nascita, matrimonio e morte degli abitanti degli ultimi due secoli. Ettore si è inoltre dato il compito di catalogare foto, giornali, bibliografie, manifesti, contratti di lavoro e molti altri documenti. A Istanbul ha trovato una foto recente di Orsanti turchi: è forse una tradizione ereditata dagli Orsanti compianesi che frequentavano quella città? Il caso di Compiano mostra chiaramente come non esistano paesi "piccoli", perchè ogni luogo può generare una grande storia: gli Orsanti hanno raggiunto porti inimmaginabili e sono un esempio delle fusioni incredibili che danno origine alle tradizioni del mondo.

(articolo tratto da Circo.it anno XLVII n.12 dicembre 2015, a cura di Andrea Peláez González)

LE COMPAGNIE E I LORO SPETTACOLI

Spesso, nelle Alte Valli del Taro e del Ceno, si sente parlare di artisti girovaghi chiamati Orsanti. Gli Orsanti, ma tutti i girovaghi valtaresi in generale, erano in origine semplici contadini, che impararono, non si sa bene né quando né come, ad addestrare animali per farli lavorare negli spettacoli. Così, vagavano per l'Italia e all'estero con orsi, scimmie e cammelli ammaestrati. E' fenomeno antico, che raggiunge però il suo apice nell'Ottocento. Gli Orsanti si presentano in genere organizzati in piccoli gruppi, detti compagnie. Spesso si tratta di poche persone, provenienti dallo stesso paese o da frazioni limitrofe. Molti sono originari del paesino di Cavignaga, vicino a Bedonia (PR).

Si ha notizia di compagnie a conduzione “famigliare” o composte esclusivamente da persone legate da legami di parentela. La compagnia comprendeva anche, ovviamente, un certo numero di animali, tutti ammaestrati e idonei allo spettacolo. Non bisogna pensare, tuttavia, che le compagnie si mantenessero solo con i proventi ricavati dall’esibizione dei propri animali. Ci sono testimonianze che attestano che, mentre alcuni curavano queste esibizioni, altri, magari occasionalmente, “vendevano bottoni, filo da cucire, saponette, polvere di inchiostro, pettini ed immaginette sacre”. Svolgevano, cioè, anche il mestiere del mersà (del merciaio). Ma torniamo alla compagnia e agli animali che la componevano. Questi potevano essere i più vari.

Si andava dagli animali più comuni, come i cani, le capre e i cavalli, tutti però addestrati a compiere giochi di abilità, fino alle scimmie, gli orsi, i cammelli. Costruire una compagnia non era cosa semplice. L’acquisto degli animali, in particolare dell’orso, richiedeva un elevato esborso di denaro. L’addestramento dell’animale poteva durare a lungo e non sempre andava a buon fine, specie se l’animale era di indole ribelle. Una volta costituita una compagnia, gli Orsanti percorrevano l’Europa su uno o più carri. L’ingresso in una nuova città era preceduto da un banditore, membro della compagnia, che ne preannunciava l’arrivo. Questi attirava l’attenzione suonando un tamburo e esprimendosi in un linguaggio che fosse il più possibile comprensibile al popolo. E' probabile che, abituati a viaggiare, i girovaghi valtaresi fossero praticamente “poliglotti”. Per quanto riguarda le mete preferite dei nostri girovaghi, possiamo ricordare la Francia, la Germania, l’impero austro-ungarico, ma anche l’Africa settentrionale, il Medio-oriente, la Russia. Dovunque essi giungevano, comunque, venivano accolti festosamente. I loro spettacoli riscuotevano grande successo.

È difficile descrivere uno spettacolo-tipo. Comunque, tra i “numeri” più famosi, e di sicuro effetto, vi era, ad esempio, il ballo dell’orso. L’orso, le cui fauci erano prudentemente serrate con una museruola, veniva condotto in scena da un ammaestratore, e lì avanzava reggendosi sulle zampe posteriori ed appoggiandosi ad un bastone. Al suono di una musica particolare, poi, ballava goffamente, saltellando sulle zampe e scuotendo un tamburello o dei campanelli. Un altro “numero” molto applaudito era la lotta con l’orso. L’abilità dell’uomo stava nel soccombere, in apparenza, agli assalti del plantigrade, prima di sconfiggerlo alla fine di un’aspra contesa. Lo spettacolo, ovviamente, era rigorosamente “truccato”: per sconfiggere l’orso, infatti, bastava solleticarlo in alcuni punti sensibili del corpo. L’orso era senza dubbio la principale, ma non certo l’unica, attrattiva dello spettacolo. Si potevano ammirare anche animali “matematici”, cavalli “astrologi”. C’era, infatti, il cavallo che sapeva contare con lo zoccolo anteriore, o sapeva riconoscere, tra i presenti, “il maggior bevitore, il capo del villaggio, la donna più bella”; la capra agilissima che saltava a quattro zampe sul collo di una damigiana. I cani e le scimmiette, “vestiti con divise dai colori vivaci e dai bottoni d’oro, oppure con tutù e cappellini alla moda” svolgevano altri giochi. Il cammello fa arrampicare i ragazzi e fa fare loro un giro della piazza. Al termine dello spettacolo i domatori facevano passare “un bambino o un cane con in bocca un piattino a raccogliere le offerte”.

Col passare degli anni, alcuni conduttori di compagnie, i più audaci, i più coraggiosi, ampliarono i loro gruppi, acquistando un sempre maggior numero di animali e coinvolgendo molte altre persone, fino a costituire dei veri e propri circhi equestri. I più famosi della zona di Bedonia furono i circhi gestiti dalle famiglie Cappellini, Volpi, Chiappari e Bernabò.

Le notizie riportate in questo articolo sono in larga parte tratte dal libro “Con arte e con inganno. L'emigrazione girovaga nell'Appennino ligure-emiliano” di Marco Porcella (Genova, Sagep, 1998).

Chi fosse interessato, può leggere anche il libro "Orsanti" di Arturo Curà (http://www.booksprintedizioni.it/libro/Racconto/orsanti)

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.DAL SUCCESSO DEI CIRCHI AL DECLINO.

Nel precedente articolo abbiamo parlato degli Orsanti e delle caratteristiche dei loro spettacoli. Voglio ora raccontare come, col passare degli anni, alcuni conduttori di compagnie, i più audaci, i più coraggiosi, ampliarono i loro gruppi, acquistando un sempre maggior numero di animali e coinvolgendo molte altre persone, fino a costituire dei veri e propri circhi equestri. I più famosi della zona di Bedonia (PR) furono i circhi gestiti dalle famiglie Cappellini, Volpi, Chiappari e Bernabò.

Antonio Cappellini, attivo in Spagna, cessa l’attività alla fine dell’ottocento e Giovanni Volpi, attivo in Inghilterra, liquida il proprio circo prima del 1910. Un altro circo bedoniese era quello di proprietà di un certo Chiappari, a tutti noto col soprannome di “Balletto” (castagna cotta). Un aneddoto, legato al Chiappari, è rimasto famoso in alta Val Taro. Mentre costui si trovava in Russia, una magnifica muta di cani levrieri, di proprietà dello Zar, si ammalò e non voleva più mangiare nulla: ”Balletto” interpellato come esperto veterinario, acconsentì a guarirli e in capo ad una settimana li presentò allo Zar sani e ubbidienti, tanto che coglievano al volo divorandole anche le cipolle che a loro venivano lanciate. La cura era stata fatta con un salutare digiuno di sola acqua e una disinfezione generale “interna ed esterna” a base di zolfo.

Ancora più importante di quella di Cappellini, Volpi e Chiappari, fu l’attività della famiglia Bernabò. 

I Bernabò, prima con Paolo di Giuseppe e soprattutto con il Cavaliere Antonio, detto Bin, girarono le città di mezza Europa, da Atene alla Spagna, dalla Tunisia all’Algeria. Nel 1844, ad esempio, Paolo di Giuseppe partecipò alle celebrazioni per la Costituzione greca.


Il massimo della carriera lo raggiunse però Antonio Bernabò che era arrivato a possedere un circo con 80 animali, 50 dipendenti, acrobati, ballerine. In quegli anni, sul finire dell’ottocento, dava spettacoli in tutta Europa, specialmente nei Balcani e nella Russia meridionale. Una raccolta di manifesti d’epoca testimoniano la sua presenza a Parigi per l’Expo Universelle, a Mosca ospite degli Zar.

A Costantinopoli dette uno stupendo spettacolo alla corte del Sultano che ne rimase entusiasta, e gli comprò seduta stante tutto il circo, non prima di averlo premiato con la nomina a Cavaliere e con una vistosa medaglia ricordo. L’epopea dei circhi dei Bernabò non era però ancora destinata a concludersi. Troppo grande era la passione per quel mestiere girovago: Con i soldi ricavati, Antonio comprò un altro circo più grande, continuando a dare spettacoli fino allo scoppio della prima guerra mondiale, che lo sorprese mentre si trovava a Sarajevo. Fu costretto a vendere tutto e a tornare in patria. Allo scoppio della prima guerra mondiale, infatti, il fenomeno dell’emigrazione girovaga si avviò ad un triste e rapido declino. Anche i proprietari dei circhi più grandi furono costretti ad arrendersi. Molti interruppero l'attività sperando di riprenderla in tempi migliori, che però non vennero più.

Peraltro i tempi erano cambiati, l’epoca d’oro degli Orsanti era ormai un ricordo. Altri divertimenti, come il Cinema, da poco nato, attiravano le folle, e gli spettacoli dei nostri girovaghi interessavano sempre meno. Ciò non significa che il fenomeno degli Orsanti fosse del tutto concluso. 

Va ricordato, a questo proposito, il caso di Giuseppe Granelli detto “Bossetta” o anche “mangiau dall’orso”, perché aveva il corpo segnato da vecchie cicatrici. Costui ancora nel 1940 girava con un orso spelacchiato, un cavallo ammaestrato che tirava il carro, una scimmia e alcuni cani sapienti e mentre la moglie si occupava di offerte, lui, “il domatore”, faceva esibire il suo mini-zoo sulla pubblica piazza intervallando il tutto con marcettine di armonica-musette. Erano gli ultimi bagliori di un fuoco ormai spento da tempo.

Dal blog di Massimo Beccarelli

Le notizie riportate sono tratte dai libri di Giuliano Mortali, “Dizionario storico dei cognomi dell'alta valtaro e valceno” (2005), di Ferruccio Ferrari “Mito, tradizione e storia. Alta valtaro e valceno” (Tipolitografia Benedettina, Parma, 1983), di Marco Porcella "Con arte e con inganno" (Genova, Sagep, 1998) e di Mortali-Truffelli “Per procacciarsi il vitto. L’emigrazione dalle valli del Taro e del Ceno dall’ancien règime al Regno d’Italia" (http://www.diabasis.it/catalogo/collane/parma-e-il-suo-territorio/per-procacciarsi-il-vitto)